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La carne del futuro? È fatta d’aria!

Scrivere di hamburger sintetici in un paese che conta oltre trenta razze bovine autoctone[1], tra le sole destinate alla produzione di carne e una quantità di specialità gastronomiche a base di carne bovina pari, almeno, al numero delle province italiane, sembrerebbe blasfemo o, perlomeno, poco interessante. Eppure, mentre qui ci si divide fra allarmisti, come Luigi Scordamaglia di Filiera Italia (preoccupato per le ripercussioni della scalata dei surrogati sul comparto agroalimentare d’eccellenza) ed entusiasti, come la catena bolognese di hamburgerie gourmet, WellDone (che ha già inserito nel menù l’hamburger vegetale di Beyond Meat ), oltreoceano la corsa alla fonte più sostenibile di proteine continua senza sosta, foraggiata dai magnati dell’informatica e da premi oscar angosciati dal riscaldamento globale. Tra le più recenti – anch’io stentavo a crederci – ci sarebbe l’aria: quel miscuglio di gas e vapori senza il quale la vita sarebbe impossibile. A giurarlo è Kiverdi , un’azienda californiana di biotech, impegnata nella lotta al cambiamento climatico attraverso lo sviluppo di tecnologie che riciclano l’anidride carbonica. In realtà, l’idea non è del tutto originale. Fu la NASA, negli anni ’60, a esplorare per prima l’opportunità di convertire il diossido di carbonio in cibo: nel tentativo di trovare una soluzione al problema dell’approvvigionamento alimentare degli astronauti, durante le missioni nel profondo spazio, gli scienziati del tempo identificarono una classe di microrganismi monocellulari, gli idrogenotrofi, che si nutre di CO2.
Da qui l’idea: questi microbi avrebbero catturato l’anidride carbonica espirata dagli astronauti e, con l’ausilio di altri input (come energia e acqua), l’avrebbero trasformata in cibo (sintetizzando il gas in materiale cellulare). Un po’ come fanno le piante, attraverso la fotosintesi clorofilliana. Una trovata geniale! Peccato che la tecnologia non fu mai completata e il progetto finì in un archivio della NASA. Qualche decennio più tardi, la scienziata Lisa Dyson e il suo socio, John Reed , hanno deciso di riprovarci, animati dal desiderio di trasformare il problema degli ultimi due secoli (le elevate concentrazioni di CO2 nell’atmosfera) nella soluzione alla sfida globale del futuro imminente: soddisfare la crescente domanda di cibo senza compromettere le risorse naturali. È così che è nata Air Protein , la proteina a base d’aria, che Kiverdi produce utilizzando un bioreattore e gli idrogenotrofi (alimentati con energia rinnovabile o biomassa), per realizzare pasta, cereali, burger e altri cibi. Il dato più stupefacente è la straordinaria operosità di questi batteri, che riescono a fare in poche ore ciò che alle piante richiede mesi. Per questa ragione, l’azienda californiana stima di poter produrre 10.000 volte più cibo per area coltivabile, utilizzando 2.000 volte meno acqua delle produzioni di soia. Se a questo si aggiunge che la proteina a base d’aria ha un profilo amminoacidico completo ed è ricca di minerali e vitamine, inclusa la B12 - per la gioia dei vegani – la portata dell’invenzione è rivoluzionaria. Quantomeno nelle promesse.

Infatti, fino a quando la tecnologia non sarà abbastanza matura da rendere la proteina a base d’aria accessibile anche a chi guadagna meno di 700$ all’anno (più della metà della popolazione mondiale) e alimenta l’industria del cibo spazzatura, servirà molto poco alla nobile causa della sostenibilità alimentare. Nel frattempo, il lavoro maggiore toccherà alle centomila famiglie italiane, il cui reddito è legato agli allevamenti di carne bovina: se vogliono oscurare il fascino delle proteine sintetiche, dovranno non soltanto difendere il primato delle produzioni Made in Italy – quanto ad autenticità e qualità organolettica e nutrizionale delle carni - ma dimostrare al consumatore attento il proprio (reale) contributo alla tutela della biodiversità e dell’ambiente.

 

_ Federica Stella Blasi